Mario Fois è un pazzo maniaco. Ma del colore. Un serial killer della forma, un attentatore della figura. A livello di pittore è astratto. Una specie di Pollock. Del maestro americano analizza frammenti di pittura e li ingrandisce, li esaspera, li allarga. E contemporaneamente li riduce, cioè toglie alla composizione e aggiunge alla tecnica. Plastifica, mummifica, marmorizza, invetria, pietrifica, cristallizza, ambra. Niente realtà niente luce. La pittura di Fois non nasce nei grandi spazi americani, negli open space, ma in totale mancanza di aria e di luce al chiuso in un bunker nelle viscere di Nuoro, dove si arriva attraverso un labirinto di cemento armato e mattoni.
La sua è l’opera di uno scienziato tipo statistico, di quelli che capiscono le tavole con tabelle a forma di torta con gli spicchi colorati. E che per uno strano errore di calcolo, o per una disperazione dovuta ai valori negativi, si sciolgono. Come per mancanza di ossigeno e di forma, il colore liquido fluttua nello sfondo nero o bianco, aspira a una forma improbabile che non si concretizza, e disperatamente si estende alla ricerca di un risultato estetico, della salvezza nella pittura, di una legittimazione, di un battesimo. E ancora, la pittura intesa come colore che cerca il rifugio nella pittura, la pittura che vuole essere se stessa.
A livello di critica psicoanalitica è fin troppo facile, “nella pittura di Fois c’è la metafora dell’umanità intera fluttuante alla deriva, che si espande alla ricerca di uno qualsiasi dei destini probabili”, ci sono le tracce del passaggio dell’uomo viste dagli scarti di plastiche fuse e di gomme di silicone, che sciolti e liquefatti non lasciano forme agli archeologi del futuro ma solo stratigrafie cross-section di facile interpretazione… E invece no, niente psicanalisi. Mario Fois è maledettamente scaltro, tutto è razionale e contemporaneo. La sua è pittura d’elite rivolta a chi sente la necessità di fuggire dalla realtà, a chi ogni tanto chiude gli occhi premendo con le dita sulle palpebre, alla ricerca dei colori e delle forme primordiali. Avete mai provato? Bene, ora aprite gli occhi, Mario Fois fa questo lavoro per voi.
Crobu, marzo 2009.

 

 

Microcosmi, cellule in policromia vive e pulsanti, che emergono da sfondi di un nero profondo e avvolgente che sa di terra fertile, di spazio oscuro siderale: questo è il mondo catturato nelle tele di Mario Fois, un mondo astratto che sfiora il figurativo solo nell’occhio dello spettatore, che si anima e prende vita rinnovandosi ad ogni sguardo.
Con casualità solo apparente i colori, passati densi e corposi, si dispongono e creano forme in cui la fantasia può scorgere creature degli abissi marini, configurazioni nebulose del sistema solare, macro ingrandimenti di cellule, lucenti minerali e geoidi come in un caleidoscopio.
Composizioni raffinate e misurate che hanno fatto proprie e interpretato le lezioni di Mirò e Kandinsky per spingere la ricerca sulla forma e sul colore oltre i confini conosciuti.
Mario Fois manifesta un’intensa passione per la geometria frattale dilatata ad una dimensione pittorica estremamente espressiva, dove ritmo e armonie cromatiche si amalgamano come note di una sinfonia o un’equazione perfetta.
Affiora dalle sue opere una luminosità intensa e vitale, in equilibrio con le forme e la gamma cromatica, miscelata con la perizia quasi scientifica di fissare sulla tele interi universi in miniatura.
Universi dinamici che sembrano a volte cristallizzarsi in un fotogramma, altre volte divenire liquidi e fluire in cerca dello spazio, altre ancora frantumarsi ed esplodere, proiettando filamenti di colore simili ad organi umani nel buio dello sfondo.
L’arte di Fois è euritmica e comunicativa, suggerisce contenuti senza imporli, con delicatezza e sobrietà racconta storie in cui lo spettatore è coinvolto nella narrazione, spinto a viaggiare con l’immaginazione e non freddo e passivo osservatore.
Le sua opera è una raffinata sintesi di elementi in equilibrio: contenuto, forma, colore, comunicazione.

Giacomo Pisano